domenica 25 maggio 2014

La vera radice della violenza di genere

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La vera radice della violenza di genere
La vera radice della violenza di genere

Quello della violenza sulle donne è un tema spigoloso.

Si tratta di una questione così delicata che, per paura di cadere nel politicamente scorretto, spesso si finisce col ripetere sterilmente le solite banalità.

Alcuni rideranno del fatto che una performer pornografica - quale è chi scrive - senta l'esigenza di dire la sua al riguardo. Ed è verissimo che molti - e molte - sull'argomento farebbero meglio a tacere.

Si parla con eccessiva facilità di violenza degli uomini sulle donne. Ci si dimentica che le parole non descrivono asetticamente la realtà, ma presuppongono modi di vedere. Chi parla di "violenza degli uomini sulle donne" presuppone un'ontologia, ossia un ben preciso modo di ritagliare il mondo, di categorizzarlo. Le categorie, comprese quella degli uomini e quella delle donne, non sono nelle cose stesse, ma in chi le cose le guarda, le prende in considerazione, ne parla. Esse non sono neutrali da un punto di vista valoriale, poiché giocano un ruolo decisivo nella determinazione dell'approccio teoretico ed etico ad una data questione, da cui discendono le soluzioni pratiche. Facciamo un esempio. Solo pochi fanatici giustificherebbero un apartheid a danno dei rom in caso di maggior frequenza della violenza da parte di questi ultimi rispetto alla media; eppure molti, anche di idee progressiste, non si scandalizzano quando si parla di vagoni rosa, ossia vagoni interdetti ai maschi. La differenza tra i vagoni rosa e l'apartheid dipende esclusivamente dal fatto che non si attribuisce alcun valore ontologico ai gruppi etnici (le razze non esistono), mentre evidentemente si considera ontologicamente lecita la categorizzazione maschio-femmina. Ma questo non è il nocciolo vero della questione.

La domanda vera è: se le razze esistessero - e se fossero statisticamente preponderanti, ad esempio, gli stupri da parte di una razza rispetto a un'altra - sarebbe lecito l'apartheid?

Difficilmente un progressista, un democratico, un liberale risponderebbero di sì. Probabilmente riterrebbero più sensato intervenire sulle cause (mai da considerarsi naturali!) del differenziale di violenza, poiché l'unica alternativa a tale approccio sarebbe assumere che vi sia una differente propensione alla violenza - di tipo strutturale - fra categorie di umani. Ipotesi, quest'ultima, che sarebbe aberrante anche se le razze esistessero, ossia se fossero un modo sensato di ripartire l'insieme degli umani. Analogamente dovrebbe essere considerato inaccettabile per principio - indipendentemente dalla rilevanza o meno di una ripartizione dell'umanità in base ai sessi - qualsiasi discorso sulla violenza che abbia come termini il sesso maschile e quello femminile, o qualsiasi altro datum biologico. Del resto, l'unico modo per tener conto di tutte le differenze fra gli individui, senza privilegiarne arbitrariamente alcune, è proprio far riferimento al buon vecchio concetto liberale di individuo astratto (e asessuato). Viceversa, ogni pensiero della differenza - in particolare ogni femminismo della differenza - è in realtà pensiero identitario, poiché la differenza o è quella che ci rende sostanzialmente diversi tutti (e allora torniamo al concetto liberale di individuo), oppure è differenza fra classi che giocoforza rappresentano delle identità (più o meno caratterizzanti). Si dovrebbe smetterla, dunque, di parlare di violenza degli uomini sulle donne (si noti tra l'altro la facilità con cui si ricorre agli articoli determinativi...): la violenza è sempre di esseri umani su esseri umani.

Fatta questa doverosa premessa, è però lecito provare a ridefinire, in termini non più sessisti, il concetto di violenza di genere. Dunque: è sbagliato parlare di violenza di genere, ma si può parlare di violenza determinata da una logica di genere. In altri termini: è la logica di genere che rende possibile quel tipo di violenza che consiste nell'affermazione della mascolinità (o della femminilità) mediante la prevaricazione. Ma cosa c'è dietro tale logica? Strategie di sopravvivenza e riproduzione. In altre parole: interessi. È qui la ragion d'essere della diffusa volontà di conservazione delle differenze (si legga: privilegi) di genere. I maschi non vogliono rinunciare al privilegio di controllare le femmine, anche al prezzo di condurre una vita più dura ed eventualmente dover compiere sacrifici materiali. Le femmine non vogliono rinunciare al privilegio di ottenere vantaggi materiali per il semplice fatto di essere femmine, anche al prezzo di doversi adeguare agli stereotipi di virtù femminile. È questa la logica che rende possibile che un padre (persona onesta! lavoratore!) uccida la figlia libertina, con la complicità della madre (santa donna! sempre stata devota!). Ma come si potrà superare tutto ciò? Abbandonando i ruoli. Maschi e femmine - anzi: umani e umani - non devono più avere ruoli usuali prestabiliti. Il maschio non deve metaforicamente essere più quello che porta i pantaloni. L'omosessualità deve essere raccontata ai bambini - e incoraggiata - allo stesso modo dell'eterosessualità, in maniera del tutto paritaria. Eccetera. I conservatori diranno, ad esempio, che è già vero che i maschi non portano più metaforicamente i pantaloni. Diranno che tutto questo non c'entra con la violenza, che uomini e donne si possono rispettare anche senza abbandonare i ruoli, ecc.. Quelli più irragionevoli arriveranno persino a negare che nei secoli passati la violenza di genere è stata la normalità, assai più che oggi. Una versione finta progressiva e apparentemente più ragionevole - ma proprio per questo più subdola e pericolosa - di tale conservatorismo di genere è il femminismo della differenza (o, peggio, "pensiero femminile della differenza"). Esso tende a negare l'universalità del concetto di individuo astratto e asessuato. Per polemizzare con tale femminismo, chi scrive, pur convinta dell'assoluta necessità di abbandonare ogni forma di sessismo, si è scherzosamente definita "maschilista". Perché? Perché è un modo per andare incontro all'altro (non altro) sesso, un modo per far capire che siamo amici, che siamo uguali, che abbiamo gli stessi problemi, che non tutte le femmine stanno lì ad emettere sentenze lapidarie contro il malvagio genere maschile "colpevole" per definizione.

Il definirsi scherzosamente "femmina maschilista", chi scrive lo intende soprattutto come una presa di posizione contro le donne che - spesso in nome dell'ideologia della differenza, della diversità dei ruoli e via scendendo - pretendono di conservare i loro privilegi. Il più basso e volgare dei quali è, forse, la spendibilità del sesso. È una cosa davvero schifosa che le femmine possano ottenere vantaggi in virtù del loro "potenziale" sessuale. Ed è demenziale pensare di poter contrastare tale problema con la repressione. Se vieti le sigarette, ne fai aumentare - certo non diminuire - il "prezzo" (e il potere di chi ne dispone). Idem per il sesso. Più si agirà in maniera repressiva, più si farà aumentare il valore di mercato del potenziale sessuale femminile. Viceversa, se maschi e femmine avessero davvero pari opportunità per quanto concerne il sesso occasionale, il potenziale sessuale femminile sarebbe assai più difficilmente vendibile, e potrebbero spenderlo esclusivamente quelle (o quelli) dotati di qualità (naturali o acquisite con l'esercizio) particolari, come accade negli altri ambiti. Chi scrive cerca di dare il suo piccolo contributo in questa direzione vivendo il sesso occasionale come qualcosa di normale, di quotidiano, da praticarsi con la stessa facilità e disinvoltura con cui si beve un caffè. Ma non basta la dimensione privata: è necessaria anche la diffusione pubblica, la rappresentazione culturale di questi modelli di comportamento. Dovrebbe essere questo, in fondo, uno dei compiti della pornografia: diffondere un modello di sessualità priva di sovrastrutture, in cui le femmine siano altrettanto propense dei maschi a fare sesso occassionale. Si tratta della riproposizione di istanze nate diverse decadi fa, che però restano attuali perché di fatto non si sono realizzate, o non si sono realizzate appieno. Chi scrive, pur avendo la necessità di guadagnare quel minimo necessario per vivere, cerca di portare avanti questa battaglia anche realizzando progetti senza scopo di lucro: una cosa che fa imbestialire alcune "concorrenti" femmine. Ovviamente non è del tutto corretto definire maschilista la posizione della donna che desidera che ci siano sul serio pari opportunità e giustizia, sotto tutti i punti di vista, per maschi e femmine: infatti è una provocazione. Ma è una provocazione che ha senso, visto che negli Stati Uniti, paese che si definisce baluardo della democrazia, le donne condannate a morte e giustiziate dal 1976 ad oggi sono meno dell'un percento rispetto agli uomini. Si potrebbe ipotizzare che la maggior propensione a delinquere da parte dei maschi dipenda in qualche misura dal loro essere generalmente privi, a differenza delle femmine, di possibilità relativamente agevoli, e non troppo rischiose, di conseguire vantaggi materiali. Il fatto che, fra i clochard negli Stati Uniti, gli uomini singoli siano il triplo rispetto alle donne singole indurrebbe a ragionare in questa direzione. A scuola, secondo una ricerca Ocse, a parità di performance gli studenti maschi vengono generalmente penalizzati. I dati su cui si potrebbe riflettere sono infiniti. Sembra dunque evidente che definirsi maschilista, da parte di una femmina (e, in particolare, da parte di una performer pornografica), vuol dire sottolineare come i problemi della logica di genere (di cui il pensiero della differenza, la conseguente giustificazione dello status quo dei differenti approcci sessuali ecc. sono inconsapevoli declinazioni) sono problemi anche maschili. E dovrebbero essere considerati, semplicemente, problemi umani.

Valentina Nappi

22 Maggio, 2013, http://www.funweek.it/lolnews/vera-radice-della-violenza-di-genere.php

Nota (Abigail Pereira Aranha): Bel testo, bel testo, ma questo problema è peggio di esso. Vorrei sottolineare questo nel prossimo post (vedi traduzione in inglese, portoghese di Brasile e spagnolo)

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